Riportiamo di seguito la bella intervista a Loris Seghizzi comparsa sul portale Art a part of cult(ure) il 31 gennaio 2012 e realizzata da Isabella Moroni per quarto appuntamento della rubrica Osservatorio sul Teatro.

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——— da Art a part of cult(ure) – 31 gennaio 2012 ———–

osservatorio sul teatro # 4. intervista a Loris Seghizzi di Scenica Frammenti: lavorare davvero in purezza

di Isabella Moroni

Quarto appuntamento con l’Osservatorio sul Teatro.
La parola Teatro contiene molte arti e molte sfumature; contiene tutte le performing arts (danza, teatro gestuale, teatro di movimento, sperimentazione, ricerca, mimo, teatro di strada, performances…) , ma anche il teatro classico, la drammaturgia, la scrittura per la scena… e le contaminazioni e le innovazioni. Tutto un mondo di arte e comunicazione che sta soffrendo della disattenzione voluta, cercata e sostenuta dalle Istituzioni.
Italia, unico Paese al mondo che pensa che la cultura sia qualcosa di superfluo, di accantonabile, un intralcio, un errore della natura, ma soprattutto qualcosa che non porta soldi facili.
Questo osservatorio non seguirà un’unica impostazione: ci saranno interviste che prendono spunto da buone pratiche, approfondimenti pensati da uomini e donne di teatro, azioni e reazioni dei lavoratori e lavoratrici dello spettacolo, la voce forte e necessaria dei giovani ed altri interventi ancora; tutto ciò che possa offrire uno spaccato dello stato del Teatro in Italia all’inizio del secondo decennio del nuovo millennio.

Questa volta parliamo con Loris Seghizzi, attore dalla nascita, direttore artistico di un’evento quasi sconosciuto, ma che porta in scena un teatro dirompente, di altissima qualità, fatto di ricerca e passione: il Festival Collinarea di Lari, un paese tra le colline della Valdarno, tra Pisa, Livorno e Volterra, un piccolo paese che tenta la strada della “ri-esistenza” attraverso la scoperta del suo genius loci con l’aiuto degli artisti che vivono, respirano, e interpretano i suoi luoghi attraverso site specific, reading, spettacoli, concerti, passeggiate filosofiche e incontri poetici.
Collinarea è “un tentativo di esistere e di ‘riesistere’ in quello che, per ora, è un luogo dell’anima in cui pubblico, artisti, poeti, registi, attori, scrittori, filosofi, musicisti, operatori, scrittori, cittadini e bambini, sono invitati a respirarne il segreto“. Che è pronto per diventare un Festival vero e proprio.

Il progetto Collinarea nella sua lunga esistenza lavora per la raccolta di buoni frutti. Quali possono essere i “buoni frutti” per il teatro contemporaneo in Italia?

I buoni frutti sono le buone persone, un buon pubblico, che come per la raccolta di qualsiasi frutto, deve essere preferibilmente “buono”. In secondo luogo speriamo che gli enti pubblici si sveglino dal torpore che li attanaglia e tornino a pensare all’importanza del teatro in una società così aspramente attaccata dalla “voglia del materiale” e sempre più ignorante.
In entrambi i casi si parla di “persone”. Per avvicinare le persone al teatro gli artisti stessi e gli organizzatori devono ritrovare, a parer mio, l’umanità che li porta vicino alla gente. Trovo sbagliato lamentarsi e basta. Noi operatori e artisti talvolta commettiamo l’errore di sentirci su un livello più alto rispetto al pubblico, alla gente. Ci sono molte cose brutte nel teatro contemporaneo italiano. Ma cos’è il teatro contemporaneo?

Qual è la motivazione, quale la necessità che guida chi immagina un festival come Collinarea?

Sono l’erede di una storia pesante, scritta dalla mia famiglia, una famiglia di teatranti e musicisti. I miei genitori erano artisti di teatro così come i miei nonni, sia da parte di madre che di padre. Sono nato nel teatro e le mie culle erano spesso i bauli dietro le quinte o nei camerini. Quella era una compagnia di “giro”, io invece ho portato la stabilità. Una sede, un teatro, come casa. Ecco, senza troppi fronzoli, la vera necessità data dal bisogno naturale di fare teatro. Come bere l’acqua, respirare l’aria. A Lari, nel festival, si respira l’aria familiare e umana che ci ha sempre caratterizzati.

Puoi raccontarci questi 13 anni di r-esistenza?

E’ partita come una ri-esistenza. Dopo la morte di mio padre la compagnia ha smesso di girare e quasi di andare in scena. Quando mi è arrivata la spinta dallo stomaco ho deciso di spolverare i bauli e togliere le ragnatele. Da bambino facevo l’attore, ho iniziato a quattro anni come i miei fratelli maggiori. Da grande facevo e faccio il regista e non ho mai pensato di voler fare il direttore artistico. Mi ci sono trovato. Nel 1999 abbiamo avuto l’appoggio dal comune di Lari per creare una rassegna di teatro. Piccola, pochi giorni. L’amministrazione comunale ha avuto ed ha un ruolo fondamentale in questo progetto. A Lari il teatro non era praticamente mai passato e non è stato facile farlo accettare alla comunità, al paese, vissuto da poco più di mille anime. Il borgo medievale è bellissimo ed ha caratteristiche architettoniche che sono perfette per l’arte, qualsiasi arte. Questo è stato ed è determinante. Pian, piano la gente ha capito l’importanza del nostro lavoro e la forza del veicolo che stavamo guidando, ovvero una macchina capace di portare tante persone che a loro volta si sono innamorate del luogo e dell’atmosfera che si vive a Collinarea. Questa è una cosa molto importante per un comune che centra la propria politica sul turismo. Così da Lari (i primi tre festival si chiamavano Lariscena) il progetto ha trovato riscontro in altri sette comumi che entrarono nel festival. Collinarea nacque nel 2004. L’esperienza di “festival territoriale” avrebbe dovuto portarci grandi benefici economici (vedi la Toscana dei Festival – piano regionale dello spettacolo) ma a noi non ha portato nessun contributo. Da subito ci siamo resi conto di aver fatto nascere un progetto vitale per noi e per il territorio ed abbiamo investito risorse economiche e umane talvolta, va ammesso, al di sopra delle nostre possibilità. Altre volte ci siamo fidati degli enti pubblici che, come spesso accade, dichiarano intenti di collaborazione senza sottoscrivere alcun documento per poi non rispettare le promesse fatte e lasciarti con buchi economici più o meno grandi. Ci siamo così abituati sin dall’inizio a lavorare con pochissimi soldi ed alti rischi. Non abbiamo mai rinunciato alle nostre idee e non abbiamo mai abbassato il livello del festival a scapito della qualità. Più facilmente abbiamo lavorato gratuitamente. Per fortuna ci  è quasi sempre andata bene e a forza di tirar fuori cartelloni importanti qualcuno si è accorto di noi. Non sto ovviamente parlando degli enti pubblici ma di artisti, operatori del teatro che ci hanno manifestato in molti modi la loro stima. Ecco come è arrivato Massimo Paganelli e al suo seguito Daria Balducelli e Marco Menini, ecco come è arrivata la svolta che ritengo definitiva con l’edizione 2011. Noi la crisi non la sentiamo. Per noi ogni piccolo passo è un grande successo e un magnifico miglioramento. E’ sempre stato così.

Pensi che il fatto di essere radicati nel territorio e dediti alla valorizzazione del nuovo rappresenti una ricchezza ed una possibilità di farsi promotori di un cambiamento del sistema culturale?

Penso di sì. Sono convinto che il sistema culturale si autodistrugga e a qual punto rimarranno le realtà che hanno davvero lavorato in purezza. Così come ho detto prima che ci sono molte cose brutte nel teatro, dico anche che ce ne sono molte belle, molte di più di quel che si pensa o che non si voglia vedere. La gente non va a teatro anche perchè il teatro non si fa sentire vicino alla gente. Noi crediamo in questo e lavoriamo per coinvolgere.

Per finanziare l’ultima edizione avete provato con il crowfounding. E’ stata una necessità oppure fa parte di una sperimentazione di nuove modalità di interazione? E poi, la scelta dei “benefit” per i donatori sembra essere “trendy”. E’ stato un divertissement?

Tutto quello che dici. Una scelta, una necessità, un divertissement, in ogni caso è un coinvolgimento della gente. Torno a dire, se la gente sente anche un po’ proprio un progetto, lo appoggia più facilmente e non ne sente il distacco.

Come la maggior parte degli artisti anche Collinarea si è in qualche modo messo in contatto/ascolto con il Teatro Valle Occupato. Condividete pienamente le istanze degli occupanti e la progettualità basata in gran parte sulla drammaturgia nazionale? Non credete che sia altrettanto se non più importante un confronto e un’attenzione ai sistemi di lavoro e di organizzazione che in altre nazioni fanno parte della quotidianità?

Mi pare la solita guerra tra poveri causata da chi guadagna, o non perde, a far sì che una guerra ci sia. E’ certo che se avessimo, per esempio, il sistema francese, non saremmo a discutere di tutto questo. Visto che invece viviamo in questo sistema condividiamo le istanze del Valle perchè è tutto addirittura ovvio.

Quindi, quali sono, secondo voi, i bisogni nuovi dei teatri della contemporaneità?

Dialogo. Linguaggio. Complicità. E poi vorrei che ci fosse un albo. Vorrei che esistessero le categorie. Il teatro è un mestiere che oggi in Italia può fare chiunque. Se oggi insegno taglio e cucito e domani mattina mi sveglio con la voglia di fare teatro, basta che apra un’associazione e vada a cercare chi compra i miei progetti, i miei spettacoli. Nessuno, soprattutto nelle amministrazioni pubbliche, mi chiederà cosa ho fatto prima e in caso avvenisse basta che inventi tre o quattro cazzate. Le compagnie amatoriali hanno quasi più  diritti dei professionisti e guadagnano, se guadagnano, quanto i professionisti. Ma qui nasce un altro problema: come si fa a sapere chi è professionista e chi no? Tutto questo accade, e torniamo alla questione precedente, perchè il nostro sistema fa schifo. Voglio essere catalogato per meriti o per studi fatti. Per quanto riguarda la parola “contemporaneo” e sinonimi; beh, per me non esiste se è riferita ad uno stile, ad un modo. La vedo legata alla parola “ricerca”. Ma tutto è ricerca. Ma questo magari è un pensiero tutto mio.

Il “teatro indipendente” in Italia è ancora oggi la sola risposta possibile all’assenza delle istituzioni, anche se troppo spesso capita di vedere spettacoli che hanno dei “vuoti di tecnica”, ovvero sono pieni di buone idee, hanno una discreta drammaturgia ed un efficace movimento, ma sembra che tutte queste peculitarità siano scollegate tra loro, come se mancasse un training di riferimento, una tecnica consolidata capace di condurre l’insieme e di raggiungere lo spettatore comunicando qualcosa di più delle emozioni visive. Come è possibile offrire alle nuove compagnie un reale sostegno? C’è un modo “politico” per riequilibrare volontà, sogni e mancanze?

Vedi? Concordo con tutto. Per questo voglio appartenere a un albo, essere archiviato. Stiamo perdendo la cultura, la scuola, quella vera, di aule e vita, azione. C’è troppa gente improvvisata, troppa caccia ai numeri e poca qualità. Il teatro è spesso un ripiego per i giovani, la via alternativa, la terapia. Ai tempi di mia madre l’improvvisazione era una qualità da esprimere in scena, oggi è nel mestiere. Vanno creati i luoghi. Se è vero come è vero che i soldi sono sempre meno, vanno messi a disposizione i luoghi. I comuni devono offrire residenze alle compagnie. Le compagnie devono scambiarsi le residenze. I giovani devono ascoltare i vecchi e non volerli solo scalzare. I vecchi devono passare il proprio sapere ai giovani e non burlarsi di loro o far valere il proprio potere per i soli propri interessi. Bisogna uscire dal sistema feudale e aprirsi alle collaborazioni.

Infine riprendo una delle frasi cariche di significato e poesia circolate all’inizio dell’occupazione del Teatro Valle: secondo te è vero che in un futuro neanche troppo lontano, non ci saranno più libri di carta, probabilmente verrà meno la televisione, ma tutti continueranno a sedersi di fronte ad un palcoscenico?

Se il teatro torna ad essere emozione, si.

 

 

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